Il mezzogiorno di fuoco, per ogni casalinga o donna appassionata di cucina che si trovi inspiegabilmente in casa con del tempo da utilizzare, viene combattuto a suon di pentole e fornelli. Accende RaiUno, salgono le note delle Tagliatelle di Nonna Pina e inizia la Prova del Cuoco, programma ormai parte integrante della televisione italiana, e neanche tra i più imbarazzanti. Taccuino e penna alla mano, l'ora e mezzo del programma, oltre ad incentivare la secrezione da parte delle ghiandole salivari, dispensa mille ricette e mille consigli culinari, e ancora mille consigli su come apparecchiare e decorare la tavola (vi prego, aboliamo le rose blu!). Tra le note delle famigerate canzoni dello Zecchino (o zucchino?) d'oro, tra ricette classiche, moderne e surrealiste, si sussegue una carrellata di personaggi ormai celebri e rinomati. La Prova del Cuoco ha ben 10 anni, ed è cominciata con la conduzione di Antonella Clerici: contro il prototipo standard della conduttrice italiana, bella ma poca sostanza, Antonellina si è subito distinta per le sue morbide forme, la sua inettitudine culinaria e la sua estrema simpatia. Ai primi tempi, anche l'Anna Moroni, nonostante quella voce insopportabilmente acuta e sgraziata, non rimaneva poi troppo antipatica: sembrava una nonnetta umbra petulante che volesse solamente condividere i segreti delle sue ricette. E infine Beppe Bigazzi, mio "concittaddino" (nato a Terranova Bracciolini, provincia di Arezzo), burbero e scontroso, coi suoi rimedi e consigli esclusivamente legati alla tradizione, dalle folte sopracciglia canute pronte ad aggrottarsi da un momento all'altro. Poi il programma è andato deteriorandosi. Si dice "il gioco è bello quando dura poco" e anche "l'apparenza inganna": in tal proposito potremmo utilizzare "le apparenze ingannano e ce se ne accorge solamente se il gioco dura poco (finché è bello)". Quando Antonellina è rimasta incinta, andando ad aumentare la massa grassa data da anni e anni di impeccabile conduzione della trasmissione (come fare a resistere lì dentro?!), è stata rimpiazzata dalla nuova Elisa Isoardi. Non temporaneamente, ma definitivamente. Il compenso che richiede è inferiore di quello della Clerici, gli ascolti si sono mantenuti altissimi, ma vogliamo parlare del rendimento della conduzione? La Isoardi è troppo impostata, non ne capisce nulla di cucina e a volte rende veramente impossibile la comprensione di qualche ricetta, dice continuamente "Che bello" (anche mentre gira il frullatore!) mentre gli occhi spalancati si spostano febbrilmente da una telecamera all'altra, per non parlare delle espressioni facciali esageratamente forzate quando assaggia qualcosa (ancor prima di portarsi il cibo alla bocca assume quella posa di entusiastica felicità, in realtà pensando quanto quel grammo possa farla ingrassare). Insomma, non sai di casa, di buona tavola e di naturalezza e ultima caratteristica che me la rende insopportabile: odia il pepe, e per questo lo stanno bandendo da tutte le ricette del programma. Insomma, bella sarà bella, ma è estremamente vuota, quindi perfetta per lo standard "medioitaliano" che segue la trasmissione. La domanda sorge spontanea: come sarà riuscita ad arrivare così "in alto"? Siamo certi che Del Noce non è stato preso per la gola. Nel contempo, anche la Moroni e Beppe hanno perso qualcosa. La signora umbra dalla vocetta stridula ha cominciato a diffondere ricette appartenenti a poveri foodbloggers spacciandole per sue, e la sua risata a Gollum sta diventando veramente insopportabile. Al club si è aggiunto Vissani, che sarà pure un eccellente cuoco, ma quanto ad umanità e sprint televisivo proprio non sa nulla. Ciliegina sulla torta? Quello che è successo lo scorso 15 febbraio: Beppe Bigazzi, partendo da un detto popolare delle sue parti che recita "A Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto", ha raccontato che a Carnevale, in Valdarno, negli anni '30 e '40, chi non poteva godere della carne di coniglio, si nutriva di quella di gatto. L'Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali), insieme alla responsabile dei Verdi, Cristiana Morelli, hanno subito scagliato le loro proteste, e il cartellino rosso di espulsione è arrivato subito per Beppe, che si è dovuto ritirare momentaneamente dalla trasmissione. Forse si era soffermato un po' troppo sulla "frollatura delle carnine bianche" dei gatti, includendo così particolari pittoreschi, ma anche piuttosto macabri. Tuttavia c'è da dire che il co-presentatore si rifaceva ad un detto popolare, e ad un'usanza diffusa in quegli anni di magra. A mio parere l'espulsione sembra eccessiva, considerando anche il carattere di Bigazzi, propenso ad esagerazioni e a battute avventate. E poi si apre un'altra discussione: perché il gatto no e il coniglio sì? Perché l'uomo è abituato a tenere il gatto acciambellato sul divano? E un tenero coniglietto allora? L'agnellino che guarda Lisa Simpson coi suoi occhioni languidi? E Bambi, vogliamo parlare del cerbiattino della nostra infanzia?! A fronte di queste considerazioni non sto assolutamente dicendo di essere a favore dei 100 modi in cui cucinare Fuffi, sia chiaro. Però, secondo questa nuova ottica, risulta anche meno raccapricciante l'usanza cinese. E se fossimo abituati fin dall'antichità a cucinarci il cane e a costruire la cuccetta per il nostro porcellino domestico?
Nonostante ciò, scusate un attimo, ma devo vedere chi vince, se Pomodoro Rosso o Pomodoro Verde.
Oggi la ricetta di una tenerissima carne di gatto accompagnata con... Va bene, Carnevale è già passato, e il 1 di aprile è ancora lontano. Per gli ultimi giorni d'inverno (almeno si spera), del tenero filetto ricoperto da salsa tartufata accompagnato da formine di polenta croccanti fuori e morbide dentro.
Filetto al tartufo con polenta croccante
Ingredienti: per 4 persone
per il filetto:
4 fette di filetto di circa 2 hg l'una
1 hg salsa tartufata
una noce di burro
sale, pepe
per le formine:
2hg polenta (del tipo preferito)
acqua
salsa tartufata
Procedimento:
per il filetto:
Cuocere alla brace le fette di filetto salate e pepate, 5 minuti per parte. In una pirofila, fare liquefare la noce di burro al quale aggiungere metà della salsa tartufata. Adagiarvi le fette di filetto, sulle quali aggiungere la salsa rimanente. Servire caldo.
per le formine:
Cuocere la polenta e farla intiepidire, quindi disporla sul tagliere passandovi sopra il matterello per livellarla. Con degli stampi da biscotti, realizzare le formine preferite, su cui porre della salsa tartufata. Disporle sul piatto crisp leggermente unto, e far cuocere in forno a microonde con funzione crisp per 4-5 minuti circa.
venerdì 19 febbraio 2010
Mezzogiorno di Cuoco - Filetto al tartufo con polenta croccante
mercoledì 6 gennaio 2010
Di bacche e di ghiande vive l'uomo - Agnello con carciofi
Tra dieta mediterranea, dieta a zone, dieta dell'acqua e dell'aranciata, diete anomale che spuntano ogni giorno, viene da chiedersi quale sia effettivamente l'alimentazione che più si confà alla nostra specie. La questione si traduce nella più semplice domanda: l'uomo è carnivoro o erbivoro? Innanzitutto, non abbiamo la dentatura e lo stomaco degli erbivori, che hanno nel loro intestino un batterio - di cui noi non siamo provvisti, che trasforma in zuccheri semplici la cellulosa delle piante. Quindi, non siamo erbivori, ma neppure carnivori: questi, infatti, hanno un’acidità epatica almeno 10 volte superiore alla nostra per poter digerire la carne anche cruda, certamente più ricca di sostanze utili, in particolare le vitamine. Inoltre hanno l’intestino più corto e questo consente alla carne di non sostare a lungo, evitando così di fermentare e produrre sostanze tossiche puzzolenti; inoltre non potremmo cibarci di sola carne, cosa invece è consentito ai carnivori. Superfluo dire che, oltretutto, non abbiamo le caratteristiche fisionomiche né degli erbivori (sempre di carattere mite e passivo, privi di segni di aggressività), né dei carnivori (artigli robusti e molto sviluppati, becco adunco o canini enormi, vista e olfatto acutissimi, scheletro e muscoli adatti allo scatto e alla corsa veloce, mandibole potenti per stritolare non solo carni e tendini, ma anche le ossa). A questo punto sembrerebbe scontato collocarci nella grande categoria degli onnivori. E invece no, mi dispiace deludervi: anche gli onnivori, come la volpe o l'orso, conservano molti segni esteriori della loro vocazione predatoria, tra cui artigli acuminati e un comportamento aggressivo, rivelandosi più vicini ai carnivori che non all'uomo. Sconvolgente venire a conoscenza della verità: l'uomo è un frugivoro. Ebbene sì: la Specie per antonomasia, l'uomo, il Signore della Natura, a tavola si dovrebbe sedere vicino a scoiattoli e bertucce, a sgranocchiare semi e noci. Infatti la stessa mano dell’uomo, con pollice ed indice opponibili, prensile come nei primati e in alcuni roditori, sembra anatomicamente modellata su un pomo: è (era) il mezzo migliore per afferrare e cogliere frutti. Inoltre la stazione eretta non ci avvantaggia nell’inseguimento degli animali. Ma è il nostro apparto masticatorio e digestivo a dare il definitivo colpo di grazia alle assurde teorie dell’onnivorismo umano. I nostri canini sono piccoli e inadatti per strappare le tenaci cerni crude; gli incisivi con cui si addentano i frutti sono, al contrario, molto evidenti e forti; i premolari ben sviluppati, sono adatti a spezzare gusci, mentre i grandi molari piatti servono a macinare accuratamente semi e grani duri. La mandibola inferiore rientrante e capace di masticazione laterale è indispensabile all’attività molitoria e le ghiandole salivari sono grandi e sviluppate, adatte a trasformare e predigerire mediante la ptialina grandi quantità di amidi. Inoltre, lo stomaco dell’uomo è debole e secerne poco acido cloridrico (10 volte in meno rispetto ai carnivori e onnivori). Il fegato umano riesce a deamidare gli aminoacidi fino all’urea, ma non ce la fa a neutralizzare l’ammoniaca prodotta dalla digestione della carne. Basta pensare poi al fatto che l'uomo primordiale si alimentava soprattutto di bacche, frutti di ogni tipo, semi, granaglie e, in minore misura, di radici e germogli. La carne degli animali fu scoperta come alimento in un secondo tempo, dopo la conquista di grandi aree geografiche o di importanti cambiamenti geologici e climatici. Comunque le carni furono sempre un cibo raro, sporadico, eventuale, rituale, festivo. L’uomo è nato ed è cresciuto frugivoro. Ma quello che è più interessante è l’atteggiamento psicologico ed istintivo verso il cibo: i veri onnivori e carnivori, quando sono affamati sono attratti istintivamente dalla vista di animali e carogne che vedono come cibo immediato. Questo non accade mai all’uomo, neanche ai rari bambini cresciuti allo stato selvaggio. Persino un uomo “carnivoro”, se ha fame, è più probabile che sogni un piatto di pastasciutta o una torta, piuttosto che una fettina di manzo. La fame, del resto, è un fenomeno chimico originato proprio dalla carenza di carboidrati, non di proteine della carne. I bambini piccoli, lasciati soli, ruberanno marmellata, bignè e ciliegie; mai un piatto di carne. E non si sogneranno mai di uccidere Fuffi, il gattino di casa, per mangiarselo. Come se non bastasse poi, per esser più appetibile, la carne deve essere salata, supercondita, speziata, ricoperta di salse e aromi che nascondano alla meno peggio il sapore del cibo cadaverico. La stessa gastronomia usa nascondere con artifici di ogni tipo (impanatura, vitello tonnato, pizzaiola) il gusto e l’odore della carne cruda che diversamente non sarebbe accettata da noi. Insomma, secondo le ricerche scientifiche, è possibile mangiare con gusto e vivere in modo sano anche privandosi della carne. Tuttavia vanno conosciute proprietà e regole di un regime vegetariano, e anche le controindicazioni che ne possono derivare se non si sostituisce al meglio la carne e le importantissime sostanze nutritive di cui è disposta. Io ammiro decisamente chi riesce a condurre un regime vegetariano, per più motivi: non solo per il rispetto degli innocenti animali che ci circondano, ma anche perché il vegetarismo riduce i rischi di sovrappeso, vecchiaia precoce, stitichezza, reumatismi, diabete, disturbi del fegato, digestivi e renali, cardiopatie e tumori, aiutando anche l'efficienza fisica. Per quanto mi riguarda, però, cerco di mangiare carne 2 o 3 volte a settimana, privilegiando quella bianca, meno ricca di tossine e più "salutare" dal punto di vista commerciale. In ogni caso, non ce la farei mai ad eliminare la carne dalla mia dieta: cotta a puntino e con i giusti condimenti, direi che diventa più che apprezzabile.
A suggello del post, vi lascio oggi la ricetta di un secondo piatto gustoso (a detta altrui, a me il sapore dell'agnello proprio non piace!) e di buona riuscita, sicuramente detestato dai vegetariani, ma osannato dagli altri carn... ehm, frugivori.
Agnello con carciofi
Ingredienti per 4 persone
100 g agnello in pezzi
50 g prosciutto crudo
6 carciofi
mezza cipolla
1 spicchio d'aglio
mezzo bicchiere di vino bianco
poco succo di limone
olio extravergine di oliva
2 cucchiai di brodo (anche vegetale)
un ciuffetto di prezzemolo tritato
sale, pepe
Procedimento
Tritare l'aglio, la cipolla e il prosciutto e rosolarli nell'olio. Unire l'agnello e cuocere a tegame coperto, fino a farlo dorare. Bagnare con il vino, farlo evaporare ed aggiungere i carciofi puliti e tagliati a spicchi. Salare, pepare e cuocere a duoco medio, bagnando il tutto con il brodo. A cottura ultimata unire il prezzemolo tritato ed il succo di limone, quindi mescolare bene e servire.
martedì 15 dicembre 2009
Hakuna Matata - Polpettone
Puntuale come il palinsesto Mediaset dicembrino (che prevede almeno una volta Mamma ho perso l'aereo 1 e 2 e Il Grinch) e i panettoni e i pandori sugli scaffali del supermercato (pregevole il pacchetto comprendente anche lo spumante Gancia), arriva ogni anno, insieme al Natale, il film Disney dell'anno. Veri e propri capolavori cinematografici sono stati partoriti dalle geniali menti degli sceneggiatori Disney, per allietare bimbi e famiglie annesse, provvisti di buste giganti di pop-corn e spaparanzati sui seggiolini del multisala. Mi ricordo che il fim Disney era da me atteso più o meno come l'arrivo di Babbo Natale: addirittura, la prima volta che misi piede in un cinema, fu per andare a vedere La Bella e la Bestia. Quelle storie hanno fomentato la mia - già di per sé, fervida fantasia: oltre che giocare con bambole e Playmobil, improvvisavo anche da sola dei veri e propri sketch, impersonando alternativamente principe Filippo/principessa Aurora (vedi La Bella Addormentata nel bosco), trovandomi però in estrema difficoltà al momento del bacio con risveglio; non mi sono fatta mancare neppure la Barbie/Pocahontas e il bel Ken/John Smith, biondazzo che all'epoca fece più strage di cuori di Leonardo Di Caprio in Titanic. Quelle canzoni hanno allietato le mie sedute al bagno e le mie docce: ancora mi ricordo le strofe del "Cerchio della vita", cantata da Ivana Spagna per il Re Leone(ancora dubbio l'inizio "Naaagoregnaaa obadìì obadààà" ... ), e le bellissime canzoni della Bella e la Bestia con tanto di teiere e candelabri danzanti. Quelle sceneggiature mi hanno fatto conoscere, inconsapevolmente in un primo tempo, la trama di tanti classici della letteratura, come Il Gobbo di Notre-Dame o Canto di Natale (magistrale l'interpretazione di Zio Paperone nella parte dell'avido ed egoista Scrooge) e forse, a parte la mia gatta Clementina, gli unici animali che ho realmente amato sono proprio quelli della Disney: che tenerezza i micini degli Aristogatti, per non parlare di Lilli e il Vagabondo (avevo anche i loro peluche, con cui intrattenevo simpatiche conversazioni)! Per non parlare poi degli insegnamenti di altruismo, coraggio e lealtà che i bambini possono apprendere dalle trame dei film in questione. Tuttavia, c'è da dire che, negli ultimi tempi, con l'avvento della tecnologia digitale, la Disney si è lasciata un po' prendere da manie tridimensionali: sempre più frequenti sono film da vedere con gli appositi occhiali per il 3D che lasciano un gran mal di testa, i disegni sono esclusivamente frutto della grafica in pixel e megapixel, le storie sono inconsistenti e scontate (per esempio, a me Atlantis non è piaciuto proprio). Mentre prima mi ero promessa di non perdermi neanche un film Disney sebbene l'età rendesse la cosa un po' patetica e fosse stato meglio cedere il posto in sala ai più piccoli, penso che la nuova piega presa dai colossal disneyani mi abbia dissuaso dal mio nobile intento di tenere alto il vessillo della mia romantica immaginazione . Sono però rimasta piacevolmente sorpresa quando, l'altro giorno, ho visto su un giornale la pubblicità del film Disney previsto per questo Natale: La Principessa e il Ranocchio. Innanzitutto, positivo è il fatto che i creatori siano quelli di La Sirenetta e di Aladdin. Poi, che la protagonista sia, dopo tante storie di avventura e di mistero, una principessa: le principesse Disney erano per me delle eroine, un po' come per qualcuno Giovanna D'Arco o Audrey Hepburn. Belle era la mia preferita (sognavo una biblioteca come quella che le regala la Bestia!), ma adoravo anche Aurora (probabilmente provando un po' di invidia per i suoi meravigliosi riccioli biondi e per quelle fatine che le stavano sempre intorno), Jasmine (era riuscita ad addomesticare una tigre), Pocahontas (lo spirito selvaggio che non riesce a coronare la sua storia d'amore, sequel a parte, ma si sa, i sequel sono sempre più scadenti) e Cenerentola; Ariel mi stava decisamente simpatica (col suo "arriccia-spiccia"); Biancaneve non era proprio nelle mie grazie per il suo poco spiccato acume (e paradossalmente sono paragonata a lei di aspetto, o perlomeno quando avevo i capelli a caschetto!) La nuova principessa si chiama Tiana, è una donna che sogna una carriera (aprire un ristorante, guarda caso), determinata, mancina, ma soprattutto... afro-americana! Il nuovo film segna una svolta, in quanto la principessa è nera, e i creatori giurano di averci pensato ben prima che comparisse in scena il ben noto Barak Obama con la moglie Michelle (i tempi richiesti per un film di animazione sono infatti molto lunghi, si parla di anni). La storia è quella celebre dei Grimm, ma rivisitata: arrivato nella New Orleans degli anni '20 in cerca di jazz, il principe Naveen viene tramutato in ranocchio da uno stregone. Convinto che debba ricevere il bacio di una principessa per tornare alle sue sembianze umane, convince Tiana a farsi baciare, ma così facendo è lei stessa a trasformarsi in rana. Mentre la Disney è stata tacciata di razzismo perché Tiana da umile serva riesce a riscattarsi dimostrando di essere una principessa (che poi succede sempre così, basti pensare a Cenerentola o a Belle), secondo me si tratta di un segno dei tempi che cambiano, e non posso che fare altro che appoggiare la scelta dei realizzatori della pellicola. Sapete una cosa? Quasi quasi quest'anno rispetto la tradizione... :)
In memoria del piatto di spaghetti mangiato da Lilli e il Vagabondo, che spostano le polpettine del ragù con il naso e si baciano grazie ad un complice filo di pastasciutta, vi posto oggi la ricetta del polpettone di mia mamma. Un piatto versatile che incontra i gusti di tutti, anche quelli dei bambini più capricciosi e diffidenti verso il cibo.
Polpettone
Ingredienti per 4 persone
400 g macinato magro di vitello
8 fette di pancarrè (oppure, per delle varianti più light 2 etti di ricotta o 4 fette di pancarrè con 1 etto di spinaci o bietole lessate)
un bicchiere di latte
1 mazzetto di prezzemolo
1 uovo
4 cucchiai di parmigiano reggiano grattugiato
1 pizzico di noce moscata
sale e pepe
una noce di burro
pangrattato
Procedimento
Privare le fette di pancarrè della crosta, ammollarle nel latte e strizzarle leggermente. Unire l'uovo e sbatterlo insieme al pane ormai ridotto in poltiglia. Aggiungere sale e pepe a piacimento, la noce moscata e il prezzemolo tagliato finemente, infine il macinato; amalgamare bene il tutto. Imburrare una teglia di 22 cm di diametro e cospargerla di pangrattato, quindi porvi sopra l'impasto e livellarlo. Cospargere nuovamente di pangrattato e far cuocere in forno preriscaldato a 200° per 25 min ca. Dopo averlo sfornato, tagliare a losanghe e servire.
Con lo stesso impasto possono essere realizzate delle polpette da cuocere in forno o fritte, o delle polpettine da aggiungere al pomodoro come condimento per la pasta.
giovedì 27 agosto 2009
Buoni propositi - Insalata di pollo con peperoni e mandorle
Iperattiva e dalla spiccata vena creativa che poteva portare ad esiti più o meno felici, in quanto piccola tartina avevo mille progetti, mille idee per la mente, che poi risultavano difficili da concretizzare, mica tanto per l’astrusità del programma, quanto per la voglia di portarlo a termine che se ne andava scemando piano piano. Una volta, presa dall’entusiasmo che si scatenò in me non appena mia madre mi portò una vecchia macchina da scrivere reperita tra la polvere e le ragnatele della soffitta, ebbi la malsana idea di cominciare a scrivere un libro. La trama non era neanche male (due sorelle gemelle abili nel furto, era il tempo di Lisa&Seya), e la gioia di premere quei piccoli tasti coi polpastrelli producendo un rumore troppo da Jessica Fletcher era infinita. Terminato il primo capitolo, e accorgendomi di quanto fosse esasperante commettere anche un solo errore (ciò significava riscrivere tutta la pagina), abbandonai l’impresa. A questo tentativo seguì anche quello di scrivere la biografia della principessa Sissi; neanche a dirlo, franò miseramente, ma forse è un bene, vista la mole di materiale che è stata scritta e discussa su tale figura, sicuramente più approfondita e più ricercata del lavoro di una bambina di nove anni, che basava le sue conoscenze su un depliant che la sua amica le aveva portato da Vienna. Un’altra volta, anche piuttosto recente (quinta ginnasio, mi pare), cominciai a realizzare un fumetto, anzi un manga. Quando la professoressa chiedeva il tempo aoristo del verbo làmbano a qualcuno che non fosse me, tiravo fuori il quadernone blu di soppiatto e mi mettevo a disegnare. La mia cerchia di amiche (classe di sole donne, tranne un “maschio”) era entusiasta: leggevano, mi aiutavano con la sceneggiatura, si contendevano il quaderno. Ero diventata più seguita di Dawson’s Creek, viaggiavo sugli allori. Ovviamente, a poche pagine dalla fine, con l’arrivo dell’estate, abbandonai il tutto. E ancora, quest’estate, ho progettato una linea di t-shirt, e l’idea rimane non male, davvero. Già molti miei amici mi avevano assicurato che l’avrebbero comprata volentieri: loro sarebbero stati soddisfatti, io pure e ci avrei anche guadagnato qualcosa. E invece? Al primo stencil e al primo pennarello da stoffa, ho capito l’enormità del progetto. Come giustificazione posso addurre il fatto che ero in tempo di esami, ma anche quando ho finito, non ho avuto intenzione di rimettermi a lavorare sulla stoffa (la prima t-shirt giace sulle mensole di camera mia da giugno). Sono fatta così, è più forte di me: mille idee mi esplodono nella testa, inizio a coltivarle, ma poi si esauriscono in un lampo, così come sono nate. Non è che sono pigra, anzi. Ma ho questa propensione al cominciare a coltivare una passione e a non porre il cartello FINE. Quanti diari di viaggio cominciati, quanti Moleskine avviati e mai completati! Quando ho aperto il blog, oltre ad una buona dose di soddisfazione personale e a un “ci sono anch’io tra di voi!” che mi è esploso in testa, ho avvertito anche una strana sensazione di…paura. Sì, timore di abbandonare tutto alla prima difficoltà, o anche solo dopo un mese. La stessa vaga percezione di terrore l’ho provata ultimamente, quando, presa da mille impegni, volgevo un pensiero al mio piccolo Pappa e ciccia, senza un post ormai da molto tempo. Tuttavia oggi, armata di buona volontà, ho fatto un giro nella food-blogsfera, accorgendomi che forse questo è l’effetto dell’estate. Anche se è molto piacevole pubblicare ricette e scrivere post, rimane il fatto che è anche un bell’impegno, come un lavoro part-time. E che un po’ di vacanza ci vuole. E che quest’afa mi sta uccidendo, e mi sta togliendo la voglia e la forza di fare tutto. Dallo studiare al cucinare; dal fotografare al postare. Tra una settimana però è settembre: si riprende con la routine quotidiana, col solito tran-tran e con, promesso!, post più frequenti.
Per variare un po’ dal solito noiosissimo pollo alla piastra con limone, vi propongo questo piatto unico: un’insalata di pollo che può essere preparata anche il giorno prima, ovviamente conservandola nel frigorifero.
Insalata di pollo con peperoni alle mandorle
Ingredienti per 4 persone
700 g petto di pollo
un peperone rosso
un peperone giallo
un mazzetto di prezzemolo
60 g mandorle
2 cucchiai di senape
mezzo limone
olio extravergine di oliva
sale
pepe
Procedimento
Tagliare il petto di pollo a fettine; pulire i peperoni, privarli di torsolo e nervature e ridurli a striscioline. Cuocere carne e verdure su una piastra calda, 4-5 minuti per parte. Trasferire il pollo e i peperoni in una ciotola, aggiungere il prezzemolo tritato, una presa di sale e una macinata abbondante di pepe. Irrorare con un filo di olio, mescolare con cura e lasciare raffreddare. Versare il succo di limone in una ciotolina ed emulsionarlo con la senape e un paio di cucchiai di olio. Tagliare le mandorle a filetti o tritarle grossolanamente, e farle tostare in un padellino con un filo di olio. Versare la salsina alla senape sull’insalata ed amalgamare, completando poi con le mandorle tostate.
giovedì 6 agosto 2009
Mens sana in corpore sano
I tioli sono composti organici molto simili agli alcoli, in cui il prefisso tio, che deriva dal greco, indica la presenza di almeno uno zolfo. Questi composti sono i responsabili dell'odoraccio delle uova marce, delle acque putride e delle moffette. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se le solfatare di Pozzuoli puzzano terribilmente e se si è creduto - alcuni anche oggi, che Dante avesse collocato l'ingresso del suo Inferno proprio lì al tempo della Divina Commedia; o se una citazione che viene fatta risalire a papa Paolo VI è proprio "Sento puzza di zolfo!"; o, infine, se le acque termali lasciano quell'odorino che porta automaticamente sotto la doccia con litri e litri di bagnoschiuma e shampoo profumati. Però, puzzo a parte, che belle le terme. Approfittando di questa leggerissima frescura che è arrivata in questi giorni e che è già stata soppiantata nuovamente dal caldo atroce, ieri mattina le terme dell'Antica Querciolaia hanno ospitato la mia pelle da esfoliare ed il mio inesauribile bisogno di relax. Le terme sono, secondo me, qualcosa di magico. Quelle acque che sgorgano naturalmente, hanno moltissimi effetti benefici. Vasche di ogni tipo, con acqua ad ogni temperatura e intensità, e quella brezza fresca che ti fa rabbrividire quando esci dall'acqua, corrispondono alla mia idea di quiete assoluta. Prendersi cura del corpo equivale, infatti, anche a rivolgere attenzioni alla mente. Liberarsi di ogni pensiero e/o problema spatasciandosi in una vasca dall'acqua sulfurea, fa bene a spirito e corpo. La campagna toscana che si distende placida intorno alle terme, contribuisce a mio parere a rendere l'esperienza ancora più rilassante. E dire che io le terme le ho scoperte l'anno scorso! E anche se non ho molto bisogno di getti d'acqua calda che rassodino le lombarelle, ammetto che, uscita di lì, ti senti più soda e più tonica (in realtà è difficile da dire se è veramente questo l'effetto sortito o è solo un'assurda convinzione che si instilla nella mente a forza di dépliant, di accappatoi candidi e morbidi, di servizi impeccabili). Non a caso, anche i nostri predecessori latini si concedevano tali trattamenti, sfruttando ciò che la natura offriva loro spontaneamente, per una volta senza interferire o modificare con la mano dell'uomo, talvolta troppo pesante; e sempre non a caso, le maliarde americane, si concedono lussuose vacanze nelle famose Spa, dove trascorrono il loro inutile tempo a farsi massaggiare con oli al cocco e a farsi rassodare da Jacuzzi ultimo modello. Comunque sia, le terme non sono una perdita di tempo: dopo ti senti rigenerato e stanco certo, ma sicuramente più energico e come... nuovo. Le acque termali spazzano via le cellule morte dell'epitelio e apportano grandi benefici alle mucose. Sono, insomma, altamente benefiche per l'organismo. Senza apparire superficiali, non possiamo pensare che sia la sola mente ad essere ricoperta di attenzioni (tralasciamo per un momento il buon Giacomo Leopardi, gobbo e di costituzione esile, con propensione alla malattia che, sebbene non facesse sicuramente quella grande attività fisica, aveva una testa niente male), trascurando il corpo. Provate a studiare la teoria del relativismo, a leggere "Dei delitti e delle pene", a risolvere il teorema di Fermat - rigorosamente in sequenza, senza mettere naso fuori di casa o stando seduti tutto il giorno. Vedrete che è letteralmente impossibile. Per alimentare la mente è necessario, in primo luogo, coccolare un po' il corpo. Che sia con una passeggiata, che sia con una corsetta leggera o con un po' di nuoto, se il corpo riceve attenzioni, la mente sarà più portata ad aprirsi e a funzionare come si deve. Che sia con una mattinata alle terme, cosa che vi consiglio caldamente.
Oggi vi posto una ricetta top dell'estate in casa tartina, ideata direttamente da mia mamma. La ricetta, col passa-parola, sta già facendo il giro della provincia; col post, sto ambendo a conquistare tutta la penisola.
Friggitelli ripieni
Ingredienti per 4 persone
20 friggitelli
2 zucchine piccole (per mantenere il ripieno morbido e leggero)
4 etti carne magra di vitello macinata
1 uovo
20 g parmigiano grattugiato
3 cucchiai di pangrattato
1 mazzetto di prezzemolo
noce moscata
sale
olio extravergine di oliva
Procedimento
Con una forchetta sbattere l'uovo; unire, sempre sbattendo, la carne macinata, il parmigiano, il prezzemolo tritato fine e le zucchine tritate a pezzetti piccolissimi. Salare a piacimento. Pulire i friggitelli (peperoni verdi) tagliando la parte del picciolo e togliendo per bene i semi. Farcirli col ripieno spingendo dentro l'impasto e aiutandosi con l'indice; passare l'estremità scoperta di ripieno nel pangrattato. In una padella a fondo largo (32 cm ca.) mettere dell'olio extravergine di oliva, disporre i peperoni e cuocere a fuoco medio per 20 minuti circa col coperchio. Per una cottura omogenea, ricordarsi di girarli ogni tanto.
Mia mamma si premura di ricordarmi che possono essere cotti anche in forno e, una volta preparati, possono essere conservati in frigorifero per due giorni al massimo.
giovedì 9 luglio 2009
Sull'enigma del ravanello pallido - Petto di pollo con salsa allo yogurt

D'inverno è candida come la neve che si deposita sui tetti acuminati di montagna, ancora non sporcata dalle schifide zampette di uccello, né dalle ruote dell'automobile appena riposta in garage (successivamente alla caduta dalla grondaia). D'inverno è di un pallore unico, come se, invece dei raggi UVA, avesse assorbito i raggi lunari, sempre se esistono raggi lunari. D'inverno è marmorea, sempre fredda come il tavolino di cristallo in salotto. D'inverno è spettrale, che manco Mercoledì della famiglia Addams. D'inverno è pura, più delle Vestali, più o meno come la Levissima, (che è anche altissima).
D'estate trascorre un breve, iniziale periodo, in cui è tacchinacea, fuso o sovracoscia ancora non si è scoperto con esattezza: lievemente rossastra, un po' come la carta delle caramelle Rossana, quelle con cui la nonna ci riempiva le tasche e che avevano la cremina dentro che yum-gnam-slurp. Poi la svolta. Dal terra di Siena si passa in un batter d'occhio al Terra di Siena bruciata. E piano piano, la dipendenza.
Cos'è?
La pelle di tartina, ma è ovvio!
Come ogni anno, con la mente infarcita dai più svariati articoli di riviste patinate, mi riprometto di non prendere il Sole, perché fa venire le rughe. Il fatto è che detesto le persone fissatissime per l'abbronzatura, che anche in pieno inverno sembrano appena state alle Maldive, mentre in realtà hanno solamente trascorso tanto tempo alle Lampados (centro di lampade ed abbronzatura immediata)! Detesto questa gara di abbronzatura che fanno partire le donne, magari senza volerlo. Detesto dover trovare la forza di mettermi lì al Sole caliente, di spalmarmi di crema e di stare ad arrostire unta come una bruschetta. Ok, però forse giusto un pochino, solo per eliminare quella carnagione a Mortimer che mi ritrovo, e per diffondere un po' di salute sul volto senza l'ausilio del pennello del fard. Però mica sto male, un po' abbronzatina, quasi quasi mi ci rimetto, con la sdraio dietro casa, vicino ai campi dove - si spera - non mi veda nessuno, che l'ultima volta la ceretta mica l'ho passata tanto bene. Ma così perdo tempo: devo studiare, devo farmi la doccia, devo uscire, devo. Spatasciata sulla sdraio, giacendo in quel telone blu a stelle nere che fa così gotho, seppur sudando come la pora Sora Lella, sto di lusso. Il Sole che penetra nella mia pelle, nelle mie ossa, mi ricarica, mi rigenera, mi dà quell'ottimismo che mi fa sorridere senza motivo. Poi, verso mezzogiorno, penetra anche nella testa. Ed ecco che allora sono cavoli vostri.
Una carne semplice accompagnata da una salsa anch'essa semplice. Il pollo sta a tartina come la salsa sta alla crema protettiva.
Petto di pollo con salsa allo yogurt
Ingredienti
400 g petto di pollo
3 cucchiai di yogurt bianco
curry
cumino
olio extravergine di oliva
sale
Procedimento
(Di imbarazzante facilità) Preparare la salsa, mescolando allo yogurt 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, e abbondando di spezie. Porre in frigo ad insaporire per almeno un'ora.
Riscaldare una piastra antiaderente e cuocervi il pollo. Salarlo, versarvi un filo d'olio e mettere su un piatto.
Quindi, versare la salsa sul pollo, armarsi di pane e gustare.
sabato 18 aprile 2009
From 1984 to 2009

Ogni qualvolta che, in una conversazione, spunta fuori la parola Grande Fratello, puntualmente tutti i partecipanti alla conversazione si ritraggono schifiti, indignati, e con quell'aria di superiorità alla "io-la-so-più-lunga-di-te!" Che non sia mai! Nessuno, e dico nessuno, guarda tale programma da decerebrati. Ma avete visto quanto sono ignoranti? E la Marcuzzi, quanto si veste male? Che poi l'Activia mi sa funziona poco bene, 'vete visto che fianchi? Che poi secondo me è tutta una farsa, e quelli dentro recitano un copione! Queste le frasi più gettonate a proposito dello scabroso programma. Concordo, certo. Tuttavia, mi chiedo perché questo programma, arrivato ormai alla nona edizione (è più longevo de "La piovra" o di "E.R."!), continui ad ottenere sempre uno share così elevato. In termini spiccioli significa che qualcuno lo guarda. E io sono sicura che, anche quelli che infamano senza ritegno il suddetto programma, almeno una volta, o perché il lunedì sera televisivo non offriva niente di più interessante, o perché sotto sotto sanno anche che numero di scarpe porta Federica, o perché volevano vedere coi loro occhi che esistono ancora specie umane col pollice opponibile poco evolute, si sono ritrovati a guardarlo e a commentarlo. In realtà c'è un motivo di fondo: se la maggior parte degli Italiani è stupida e superficiale, l'altra metà è estremamente... curiosa. Il principio-base del Grande Fratello è proprio questo: sì è davvero tanto curiosi di vedere come si comportano degli individui che non si conoscono costretti a vivere nella stessa casa per un certo periodo di tempo. Si è curiosi di commentare i loro comportamenti, di criticare e di dire la nostra sulle loro decisioni, discussioni, distrazioni. Come se fossimo una qualche divinità che li guarda dall'alto. Se ci fate caso, in questi ultimi anni, la voglia di controllare gli altri e di sapere tutto di tutti si è andata intensificando. Prolificano i giochi cosiddetti di strategia anche al computer, come The Sims, in cui si è artefici della vita umana (sebbene virtuale, ovviamente). Ultimamente si guarda più a cosa fanno gli altri, piuttosto a quello che facciamo noi. Tendiamo a criticare aspramente le azioni del prossimo, mentre magari non ci soffermiamo sul fatto che noi facciamo più o meno le stesse cose, se non di peggio. Se prima, poi, ci si accontentava di sapere che Brad Pitt e Jennifer Aniston si erano lasciati dopo anni di matrimonio, si è passati alla fase in cui è importante anche il perché, il come, il dove, il quando, il che cosa indossava lei quando lui l'ha mollata e si è piazzato con Angelina. Poi, la svolta: non ci interessa quasi più cosa combina lo star system , coi suoi "tira-e-molla", le sue disintossicazioni, i suoi divorzi e le sue trovate pubblicitarie. Adesso ci interessa quasi più sapere cosa sta combinando il vicino di casa, il compagno delle elementari che non vedevamo da quando lui ci aveva tirato quella pallonata in faccia, la moglie del presidente della commissione di calcio di nostro figlio. Testimonianza che quello che sto vanverando non è pura astrazione, è uno dei social network più in voga del momento: Facebook. Questo "Faccialibro" si è lentamente insinuato nella vita di tutti e che cos'è, se non un modo per controllare che cosa fa e come la pensa la gente che ci circonda? Si può sapere se uno è single, se ha una relazione complicata, se da piccolo guardava "Holly e Benji", se il suo profumo preferito è "Moschino Couture". La regola fondamentale di gioco è farsi gli affari degli altri. E basta vedere quanto ha successo per capire che è proprio così, che siamo tutti in un grande Grande Fratello; che ci piaccia o no, volenti o nolenti, ne siamo tutti risucchiati; che se, mentre scorriamo lo sguardo sulle nostre bollette, sentiamo la voce "Il tuo montepremi è sceso di 350 euro", non ci dobbiamo impaurire; che la nostra Marcuzzi è in realtà la portinaia di casa; che prima o poi, andremo tutti in nomination.
Oggi un piatto unico che personalmente adoro, e che sicuramente è di gran lunga migliore delle pagnotte di Marcello. (Nono, ma io mica lo seguo il GiEffe!)
Pollo al curry con riso basmati
Ingredienti
350 g petto di pollo
1 cipolla rossa grande
mezzo bicchiere di latte
1 cucchiaio abbondante di curry
sale
olio exravergine di oliva
250 g riso basmati
una noce di burro
Procedimento
Porre in una casseruola la cipolla tritata finemente e l'olio. Far cuocere a fuoco basso e, quando inizierà ad appassire, unire anche il pollo tagliato a pezzettini, alzando un po' la fiamma. Salare, aggiungere il curry e mescolare. A metà cottura, aggiungere anche il latte, in modo che il pollo rimanga morbido. Mescolare nuovamente e terminare la cottura (in tutto 20 minuti circa).
Lessare il riso basmati, scolarlo e unirvi il burro, facendolo sciogliere.
Impiattare servendo prima il riso, poi adagiandovi sopra il pollo col relativo sughino di condimento.
sabato 28 marzo 2009
Dritto e rovescio, dritto e rovescio, dritto e...

A parte per l'incantevole Jonathan Rhys Meyers, coi suoi occhi verdi e il suo savoir faire; a parte perché la regia è di Woody Allen, a mio parere genio indiscusso della cinematografia e degli aforismi; a parte per la presenza della Marilyn moderna Scarlett Johansson, attrice indiscussamente brava; a parte perché è girato a Londra, una delle mie città europee preferite; a parte questo smisurato elenco di motivi, Match Point è uno dei miei film preferiti. L'ho già visto tre volte, e lo guarderei volentieri una quarta. Solitamente non mi sbilancio mai per un film: visto una volta mi basta. Match Point invece è come una scatola di cioccolatini al peperoncino: uno tira l'altro, non importa quanto poi la lingua bruci, ma il gusto che lascia in bocca è l'importante. E ogni volta che lo guardo ne traggo conclusioni nuove. Delle filosofie di vita, per intendersi: il film è dissacrante, mostra tutta l'ipocrisia e l'egoismo di cui la società di oggi è capace. È guardare in uno specchio e vedere che ci è spuntato un brufolo enorme in fronte, che non possiamo togliere, ma solo mascherare con del fondotinta, per poco tempo però. Più ci penso, e più condivido il leitmotiv della pellicola in questione:
Nella vita non conta il talento, conta solo la fortuna.
Cinica. Icastica. Dissacarante. Chiamatemi come volete, ma secondo me Woody, coi suoi occhialoni pesanti a fondo di bicchiere, ha capito tutto. In realtà già gli antichi Greci erano un pezzo avanti, mica tanto per la democrazia, i poemi e le acropoli, quanto per la divinità che adoravano più di ogni altra Era o Atene: la Tyche. Questa era proprio la personificazione della nostra Fortuna. Se una città cadeva in guerra o in carestia, era perché la Tyche aveva voluto così. Le stesse divinità avevano sicuramente più poteri degli esseri umani, ma dipendevano sempre dal vincolo della Tyche: la Sorte, insomma, era qualcosa a cui non si poteva andare contro, eroi e titani inclusi. Per esempio, se troviamo subito il parcheggio per l'auto in centro a Milano, non lo dobbiamo mica al servo sterzo, bensì alla fortuna. "Così però è riduttivo", obietterete voi. "Il talento conta eccome, la vita non è mica una partita di tennis", già mi sembra di sentire le vostre parole, inaciditi dalle parole di questa tartina che non ha capito niente di niente. Mi spiego meglio, allora. Mettiamo caso che uno studente si trovi ad affrontare un esame molto impegnativo e complicato. Mettiamo anche che lo studente non solo sia personalmente dotato, ma che si impegni e si dia da fare costantemente. Lo studente, che chiameremo per comodità Ildebrando, la mattina dell'esame si sveglia, pronto ad affrontarlo, conscio di aver studiato il più possibile. È un test a domande aperte. Vuoi per l'ansia, vuoi perché succede a tutti, Ildebrando ha un vuoto di memoria, e non si ricorda come riescano i catalizzatori ad abbassare l'energia di attivazione di una reazione cineticamente sfavorita. Il povero Ildebrando pensa anche che, in un programma così vasto, è quasi impossibile che gli capiti proprio quella domanda, che sarebbe proprio Sfortunato, per quanto si è dato da fare. E invece, ecco che all'esercizio numero 5, spunta la domanda: "Spiega in che modo agiscono i catalizzatori". Ildebrando si dispera, cerca di ricordarsi, ma l'agitazione prevale su di lui, non riuscendo a farlo ragionare bene. Eppure si ricorda il disegno, il numero della pagina del libro, ma non gli sovviene la risposta. Ildebrando scrive qualche parola dettata dal buon senso e dalle altre conoscenze nella chimica inorganica, ma questa domanda gli costerà il 30, se non il 28 agognati e meritati. Questo per farvi capire che la fortuna va sopra il talento: Ildebrando oggi è un chimico affermato, talentuoso e geniale, sta per fare una scoperta che ci rivoluzionerà la vita, ma in quella precisa occasione è stato proprio sfortunato. A mio parere, lo stesso fatto di avere del talento, è dettato dalla fortuna. Il semplice talento non può bastare. Metti un uomo talentuoso, con delle capacità fuori dalla norma; se non è baciato dalla Fortuna perché in quel preciso momento aveva l'alitosi ed è nato in una famiglia che, per esempio, non può permettersi di pagargli gli studi, rimarrà un uomo talentuoso con un lavoro comune, mentre potrebbe mettere al servizio degli altri e della società la sua particolare attitudine per qualcosa (che sia nel campo dell'ingegneria aerospaziale, che sia nel campo di fragole). Per concludere, la vita è un concentrato, di cui il 90% è Succo della Fortuna, e il 10% Passato di Talento.
Quando la pallina colpisce la rete, bisogna solo sperare che non cada all'indietro, ma che la oltrepassi, e la vittoria è assicurata.
Sentitevi fortunati, perché oggi ho deciso di postare un secondo piatto. Evento per me, cuoca dedita a dolci, sfizi e primi piatti, piuttosto insolito.
Spiedini di carne
Ingredienti (per 6 spiedini)
2 hg petto di pollo
2hg petto di tacchino
4 salsicce
75 g pangrattato
rosmarino, salvia, prezzemolo
sale
aceto
olio
bastoncini per spiedi
Procedimento
Preparare un impasto unendo al pangrattato un rametto di rosmarino, qualche foglia di salvia e un mazzetto di prezzemolo tritati finemente. Aggiungere un po' di aceto e di olio e amalgamare.
Tagliare i petti di pollo e di tacchino a bocconcini, salare e pepare quanto basta. Spellare le salsicce e realizzare delle palline, condendo con poco sale. Passare i tre tipi di carne nell'impasto di erbette precedentemente preparato, avendo cura di premere leggermente per farlo aderire meglio.
Infilzare i bocconcini nello spiedino di legno, infine far cuocere nella griglia già calda per circa mezz'ora, o fino a che saranno dorati (dipende dalla griglia usata.)