
Quando si va al liceo, la vita universitaria ci appare come qualcosa di aureo e prezioso, un obiettivo da raggiungere, un limite a cui tendere costantemente. Innanzitutto, si studia quello che ci piace. Primo mito da sfatare: è vero, infatti, che si può scegliere l'indirizzo che più ci aggrada (passando per esempio bruscamente dalle tragedie greche di un liceo classico, ai chetoni e agli amminoacidi di una facoltà puramente scientifica... ehm...), ma non necessariamente significa che tutto quello che abbiamo da studiare ci entusiasmi e ci interessi. Se è così, tanto meglio; purtroppo, nella maggior parte dei casi, la mia teoria è però comprovata. Capita, infatti, che la scelta compiuta non sia pari alle aspettative, o che determinate pagine siano assolutamente impossibili da ficcarsi in testa. Altra assurda convinzione dello studentello carico di speranze per il futuro è che l'università sia... più facile. Va bene, è vero che non si vive con la costante ansia di poter essere interrogati ogni mattina, magari a sorpresa; che non si ha l'apprensione di spostare i banchi prima del compito di latino (il quale si ripete con una frequenza di ben 4 volte a quadrimestre); che avere il compito prima di ricreazione, equivale a perdere in tronco i 10 miseri minuti di intervallo e all'avere la consapevolezza che le focaccine pomodoro e mozzarella del paninaro saranno già esaurite quando scenderemo al piano di sotto per acquistarne una; che ognuno ha la possibilità di organizzare il proprio piano di studi decidendo i giorni degli esami a lui più congeniali, senza l'angoscia provocata da imprevedibili assenze strategiche dei compagni di classe. Però non si può dire che sia poi più facile: il programma di un esame è decisamente più vasto di quello di un'interrogazione, i concetti sono più approfonditi e difficili (trascurando l'esistenzialismo heideggeriano che si studia a filosofia, ovviamente), e il periodo pre-esame è un vero strazio, sembra quello che precede l'esame di maturità, ma miniaturizzato. C'è una terza grande aspettativa, ma questa volta coinvolge solamente lo studentello di provincia che, al primo anno di università, andrà a vivere in un'altra città dove poter proseguire gli studi, anzi a convivere. Lo studentello si immagina le sue future giornate alla stregua di un episodio di "Friends", che termina quasi sempre con Monica, Ross e Chandler sul divanetto del bar di ritrovo, mentre Joey, Phoebe e Rachel portano la pizza da poter mangiare tutti insieme. No, non è affatto così. "I'll be there for you" non sarà la sigla che sentirà la mattina appena sveglio e quando, ormai sul water, si accorgerà che qualcun altro ha finito la carta igienica senza premurarsi di rimpiazzare il rotolo, non si sentiranno le risatine da sit-com di sottofondo, e se ci saranno non proverranno di certo da lui. Lo studentello si troverà di fronte ad una realtà ben diversa dalla culla di bambagia in cui veniva coccolato dai genitori: si troverà a dover auto provvedersi pulendo, facendo la spesa e cucinandosi da solo. Tutto ciò fatto insieme ad altre persone (nel mio caso specifico, altre tre ragazze). Posso assicurarvi, poi, che non è assolutamente vero che tutte le donne tengono all'ordine: c'è chi si diverte a fare la Regina del Condominio, per esempio, delegando agli altri gli onerosi compiti di pulire la cucina o il bagno, che la sottoscritta ha lasciato in condizioni pietose (sigh...). La verità è che la convivenza è, prima di tutto, compromesso: vivendo con un'altra, o con altre persone, bisogna innanzitutto pensare di dover cedere parte dei propri spazi, di dover abbandonare alcune nostre abitudini, accettarne ed acquisirne di nuove. Mai il detto "la libertà di ognuno inizia dove finisce quella degli altri" è stato più azzeccato. La convivenza è anche condivisione: sebbene, soprattutto all'inizio, sia molto difficile, bisogna lasciar correre se è sparito un cucchiaino del nostro prezioso miele di acacia, o se si consuma più caffè del dovuto. In realtà a me non è neanche andata tanto male: non sono circondata né da ragazze/i che vogliono solo divertirsi, né da gente che invade la nostra minuscola abitazione invitando conoscenti a iosa, né da esaltati attivisti politici o del WWF. Ci siamo io, una mia carissima amica, una quasi-laureata con un'anoressia latente e una grande stima di sé, ed una nullafacente che preferisce stare a fumare in cucina piuttosto che studiare. Però, vi dirò, è un'esperienza che aiuta veramente a crescere, costringendomi a badare da sola a me stessa, e a imparare a stare con gli altri in un clima sereno e tranquillo. E poi, suvvia, ci sono anche i momenti piacevoli! Le confidenze in cucina appoggiate al lavello, gli sfoghi in cucina appoggiate alla tovaglia di plastica a fiori che necessita di essere cambiata, quando scoppiamo a ridere convulsamente (in cucina, ovviamente, è il nostro centro nevralgico) e non riusciamo più a fermarci; quando, mercoledì a pranzo, ho preparato questo risotto per me e per altre due delle conviventi, e lo abbiamo gustato insieme, tra una chiacchiera e l'altra, assaporandolo con calma.
Risotto alle fragole
Ingredienti
300 g riso Carnaroli
200 g fragole
2 scalogni
brodo vegetale
parmigiano grattugiato
una noce di burro
olio extravergine di oliva
sale
pepe nero o aceto balsamico
Procedimento
Mettere in una padella dell'olio, poi tritarvi finemente lo scalogno. Porre sul fuoco a fiamma bassa: quando comincerà ad appassire, aggiungere il riso, alzare la fiamma e farlo tostare per un minuto e mezzo circa. Quindi, cominciare ad aggiungere il brodo vegetale caldo. A metà cottura, unire anche le fragole precedentemente lavate e tagliate a piccoli pezzettini; salare e continuare a cuocere, continuando ad unire il brodo mano a mano che cuoce. Quando il riso è cotto, spegnere il fuoco, e mantecare con abbondante parmigiano grattugiato e una nocina di burro. Dopo aver mescolato bene, servire il riso, aggiungendo, a seconda dei gusti, una spolverata di pepe nero o una spruzzatina di aceto balsamico.